Un trust ben governato resta uno degli strumenti più solidi per proteggere e trasmettere un patrimonio familiare. Una recente sentenza inglese non lo smentisce: ricorda soltanto che la protezione nasce dalla qualità della governance, non dal solo atto istitutivo.
Ogni volta che un tribunale si occupa di un trust, i titoli tendono a semplificare: "il trust non ha protetto la famiglia". Una sentenza inglese resa nota in queste settimane invita a una lettura più attenta e, per chi pianifica in modo serio, anche rassicurante. La lezione è che i trust che funzionano bene hanno caratteristiche precise, riconoscibili e replicabili.
La decisione non mette in discussione il trust come istituto. Per quanto emerge dai resoconti, il trust non è stato dichiarato simulato (sham) e il giudice non ha disposto dei beni in trust: la valutazione riguarda le risorse personali di uno dei coniugi.
Il criterio applicato non è nuovo. Da circa vent'anni i giudici inglesi della famiglia si chiedono se il trustee sarebbe verosimilmente disposto ad attribuire capitale al beneficiario, se richiesto. Non conta quindi il fatto che esista un trust. Conta come quel trust è stato gestito nel tempo.
In altre parole, la sentenza non dice che i trust non proteggono. Dice che un trust gestito come un conto personale del beneficiario viene trattato come tale.
Un trust discrezionale offre protezione perché i beni non appartengono più al disponente né ai beneficiari, e perché un trustee indipendente decide nell'interesse dell'intera famiglia. Questa protezione vale finché la realtà corrisponde all'atto.
I segnali che un giudice osserva sono concreti: richieste del beneficiario sempre accolte, distribuzioni che seguono il suo stile di vita, lettere di desideri che sembrano istruzioni, assenza di verbali che spieghino le decisioni. Quando questi elementi mancano, il trust esprime ciò per cui è nato: una gestione intergenerazionale, autonoma e documentata.
Gli elementi che fanno la differenza sono cinque. Nessuno è complesso; tutti richiedono continuità.
Il trust non è uno strumento riservato ai Paesi di common law. Molti ordinamenti, tra cui la Svizzera, lo riconoscono grazie alla Convenzione dell'Aja del 1985, e questo lo rende pienamente utilizzabile per famiglie con patrimoni e membri in più Paesi.
Le famiglie oggi sono internazionali: figli che studiano o lavorano a Londra, matrimoni con coniugi di altre nazionalità, residenze che cambiano nel corso della vita. In questi casi la competenza del giudice della famiglia può dipendere dalla residenza dei coniugi, non dalla legge che regola il trust. Una pianificazione accurata tiene conto fin dall'inizio di dove vivranno le generazioni future, e coordina trust, regime matrimoniale e accordi familiari tra le diverse giurisdizioni.
Questa sentenza non è un argomento contro il trust. È un argomento a favore dei trust costruiti e gestiti con rigore. Un trust con un trustee indipendente, decisioni documentate e regole familiari chiare continua a fare ciò per cui è nato: proteggere il patrimonio, dare continuità all'impresa e accompagnare il passaggio tra le generazioni.
Per le famiglie che hanno già un trust, il momento migliore per verificare come funziona è quando tutto va bene. Per chi lo sta valutando, è l'occasione di partire con le basi giuste.
Fonti: Alta Corte inglese (Family Division), sentenza [2026] EWFC 210 del 29 luglio 2026 · Court of Appeal, [2005] EWCA Civ 1606 · Convenzione dell'Aja del 1° luglio 1985 sulla legge applicabile ai trust e sul loro riconoscimento.